Nel fervore della polemica sui “tagli alla cultura” si finisce, ahimé, per dimenticare che, lo si voglia o meno, nell’attuale società post-industriale, la cultura, intesa in senso lato, ma già solo anche in senso stretto, ha oramai già acquisito un peso determinante, che non è possibile fare retrocedere in quanto essa trova espressione quotidiana negli intersssi e nelle passioni di gran parte della popolazione, che la coltiva e che la segue.
Quanto sopra è particolarmente vero nel caso di una città come Torino, la quale, com è noto, nel corso degli ultimi 15 anni ha compiuto una scelta deliberata nel senso dell’incremento delle sue valenze culturali, con il recupero del patrimonio paesaggistico ed architettonico, e con lo sviluppo di istituzioni ed eventi culturali.
Per questo motivo, vi è, oggi, a Torino, ogni genere di espressione culturale: dal dibattito filosofico, artistico e teologico, a grandi istituti culturali internazionali, a primarie istituzioni universitarie e di ricerca scientifica, a istituzioni museali, teatrali e cinematografiche di livello mondiale, a un centro dell’industria editoriale come il Salone Internazionale del Libro, a una serie infinita di iniziative di base, giovanili, locali, territoriali, turistiche, di industrie creative, eccetera.
Noi insistiamo sempre, a scanso di equivoci, che, quando parliamo di “Cultura”, intendiamo riferirci a questo mondo più vasto, non già solamente a quell’ambito più ristretto che rientra, in genere, nelle competenze dei Ministeri dei Beni Culturali e degli Assessorati alla Cultura.
Questa ricchezza culturale del nostro territorio ha trovato recentemente conferma in una serie di presenze culturali di rilievo mondiale, che hanno avuto come palcoscenico Torino, e che hanno, a nostro avviso, una rilevanza ai fini del dibattito culturale sul futuro dell’Europa.
Le prime di queste manifestazioni si riferiscono all’ambito economico; le altre, a quello filosofico.
1. Rifkin, Latouche e Alvi
Questi tre economisti, così diversi fra di loro, sono accomunati dal comune tentativo di individuare linee di pensiero e di azione che possano portarci fuori dalle secche in cui la nostra società si è, attualmente, incagliata, e delle quali le attuali difficoltà economiche altro non sono se non l’ultima, estrema manifestazione.
Jeremy Rifkin ha presentato al TOSM (importante manifestazione informatica torinese) il suo ultimo libro “La Terza Rivoluzione Industriale”, nel quale ribadisce la sua nota tesi che l’umanità, una volta superata la fase dell’economia industriale, si sta, oramai, avviando verso una nuova fase economica, caratterizzata dall’utilizzo intelligente e diffuso dell’energia, propiziato dall’informatica. Questo nuovo uso dell’energia permetterebbe la sua autoproduzione in vicinanza dei luoghi di consumo, permettendo così, da un lato, una maggiore democraticità nei rapporti economici, e, dall’altra, una qualche forma di ritorno alla terra.
Ciò sarà speculare al passaggio dall’attuale società razionalistica ed acquisitiva ad una società empatica e comunitaria. Secondo l’americano Rifkin, l’Unione Europea possiede premesse culturali particolarmente adatte allo sviluppo di questa società, date le sue tradizioni culturalistiche e comunitarie. Nella sua conferenza, Rifkin ha menzionato il fatto che le sue idee sono già state addirittura realizzate, giungendo ad affermare (forse per compiacere i suoi ospiti) che l’area fra Torino e Milano riunisce le condizioni ideali per sviluppare questa società.
Anche Serge Latouche è un riformatore entusiasta. Anche per Latouche la società industriale è ormai agli sgoccioli. Il mito del PIL ha oramai fatto il suo tempo.Non solo il PIL non corrisponde alla ricchezza effettiva delle nazioni, ma esso misura, addirittura, spesso, quantità di valenza negativa prima che positiva (i costi, gli sprechi, le malattie). Di conseguenza, sarebbe questo il momento di pensare non solamente a non farsi più influenzare ossessivamente dall’andamento del PIL, bensì, addirittura, di pensare a una società che persegua non già l’incremento, bensì il decremento, del PIL.Anche in questo caso, si tratterebbe di sviluppare l’elemento comunitaristico e collaborativo, il ritorno alla terra, l’economia dello scambio e del dono.
Le tesi di Latouche sono di una grande radicalità, giungendo, sulla falsariga di Thoreau, di Tol’stoj, di Gandhi e di Gimbutas, a rifiutare lo sviluppo scientifico e industriale e preconizzare, sostanzialmente, il ritorno alle società contadine primitive.
Le tesi di Latouche, per quanto interessanti come principio, mostrano limiti di vario genere.
Innanzitutto, l’esperienza eclatante di Gandhi dimostra quanto sia difficile, anche per un leader carismatico vittorioso e con un enorme successo, realizzare un programma così radicale. Pochi sanno che Gandhi, nel suo Hind Swaraj, aveva preconizzato, per dopo la liberazione dagli Inglesi, un’India radicalmente contadina, dalla quale fossero banditi, tra l’altro, le ferrovie, i medici e gli avvocati. Ovviamente, i suoi successori, per quanto ispirati a fonti culturali non dissimili, modificarono rapidamente il suo messaggio, di modo che, alla “rivoluzione verde” di ispirazione gandhiana, si affiancarono presto un sistema culturale e amministrativo di tipo occidentale, una grande industria e moderne infrastrutture tecnologiche e sociali.
Si dice perfino che il vero movente per l’assassinio di Gandhi sia stato proprio il desiderio di una parte della società indiana di sbarazzarsi di questa scomoda guida.
Le idee di Gandhi, pur profondamente radicate nella tradizione di rifiuto del mondo, tipica soprattutto dei Jainisti e del Buddhismo Hinayana, non avevano potuto essere realizzate neppure in quelle antiche ere della storia indiana, quando il Buddhismo si era potuto affermare solo grazie all’energica azione amministrativa r militare di Ashoka, e fu poi, gradualmente, addirittura espulso dall’India, esostituito da un rinnovato induismo e dall’Islam, relativamente più “mondani”, e creatori di grandi civiltà dotate anche di strutture scientifiche, amministrative, tecniche ed economiche all’avanguardia sui tempi. L’aspirazione dell’umanità a voler migliorare la propria condizione materiale, per quanto in fondo illogica in un mondo, come lo vedono gli Indiani,radicalmente condannato all’imperfezione, appare come ineludibile per la maggioranza, e attingibile solo ad un’esigua minoranza, senza rilevanza politica. È impossibile fondare su di esso un sistema politico e sociale. Ciò che è possibile è, come pensa Rifkin, cercare di influire sulle condizioni del sistema politico-economico per evitare gli eccessi della “mentalità acquisitiva”.
E comunque, sia Rifkin che Latouche sono, a mio avviso, carenti, da un lato, nell’affrontare il tema del pluralismo e della diversità, che farà sempre che, anche in una stessa temperie storica, gli ideali di diversi individui, ceti, gruppi, territori, saranno fra loro diversi.In secondo luogo, ambedue gli autori sono carenti nell’analizzare le forze a favore dei diversi tipi di sviluppo della società e le strategie necessarie per influenzarle.
Geminello Alvi non è certo da meno, per originalità, degli altri pensatori sopra citati. Il suo ultimo libro, Il Capitalismo, presentato al Circolo dei Lettori da Giuseppe Berta, sostiene l’originale, ma, in ultima analisi, non peregrina, tesi della convergenza fra il sistema capitalistico occidentale e la società cinese. Convergenza che Alvi vede nelle strutture di fondo delle due società. La prima, apparentemente libera e dinamica, ma, in realtà, preda di una frenesia occulta di controllo e di omologazione; la seconda, dichiaratamente ostile all’individualità nel nome della disciplina del gruppo.
L’idea di una convergenza fra Europa e Cina era già diffusa nel ’600 e nel ’700, per effetto dell’opera dei Gesuiti, e, poi, delle pagine degli Illuministi entusiasti del dispotismo Illuminato.
Al tempo delle Guerre dell’Oppio, quando le potenze anglosassoni avevano suscitato la ricolta dei Taiping, questi ultimi avevano interpretato la “Grande Pace” intravista in “Primavere e Autunni” come una finale convergenza fra la Cina e l’America.
Tale convergenza è, come si può vedere tutti i giorni, già in atto sotto molti punti di vista, e tenderà, a nostro avviso, ad esasperarsi a causa del crescente confronti fra le due grandi potenze, che le spingerà inevitabilmente ambedue a un crescente controllo tecnologico sulla popolazione ed all’utilizzo sempre più intensivo della robotica e della cibernetica.
Giustamente, Alvi vede l’unica via di uscita in un’alleanza fra Europa e Russia per evitare quest’abbraccio mortale, anche se, nel suo libro, non esplicita le valenze culturali di una tale opzione (un’inedita sintesi fra, da una parte, l’anticostruttivismo di von Mises e di Hayek e, dall’altra, lo spiritualismo steineriano e la teologia ortodossa orientale).
2.Realisti e pensiero debole
Un’altra polemica che, a nostro avviso, conferma il peso centrale che Torino ha, e, ancor più, potrebbe avere per il futuro, è quella che ha attualmente luogo fra i due filoni della scuola filosofica torinese. Da un lato, Gianni Vattimo, principale erede della tradizione ermeneutica di Luigi Pareyson, e, dall’altro, Maurizio Ferraris, allievo di Vattimo e sostenitore del neo-realismo.
Le infinite ramificazioni della tradizione ermeneutica della scuola di Pareyson sono state ricordate in un recentissimo convegno svoltosi al Teatro Gobetti e al Circolo dei Lettori, con interventi, tra gli altri, di Umberto Eco, di Gianni Vattimo, di Carlo Ossola e di Massimo Cacciari.Si è ricordato il peso centrale che, nel pensiero di Pareyson, rivestiva l’estetica, vero campo d’elezione dell’ermeneutica. Propria di Pareyson la “teoria formativa”, che, come ha ricordato Ossola, ha assunto un notevole peso nella critica letteraria di tutta Europa, e, in particolare, in Germania (“Formativität”).
Di Pareyson è stata ricordata anche la derivazione dell’idea ermeneutica dall’ermeneutica religiosa, nonché il suo ritrovare, nel romanzo moderno, una forma di attualizzazione del mito.
Coerentemente con l’origine religiosa della sua visione dell’ermeneutica, anche nel romanzo Pareyson ricercava soprattutto la dimensione cristiana, e, per questo, l’autore archetipico era, per lui, Dostojevskij, che, nella sua visione, avrebbe espresso nel modo più efficace la logica tutta moderna del “pari” pascalismo.
Nel corso del convegno, si è ripercorso l’iter logico che, dall’ermeneutica, porta alla necessità di un’interpretazione non dogmatica delle proprie tradizioni culturali, e, quindi, al carattere discorsivo della ricerca della verità. Verità che non ha un carattere necessitato, bensì si esprime sotto la forma della libertà.
Sul concetto di libertà è nato, per altro, all’interno del convegno, un certo dibattito, cosa inevitabile in quanto libero arbitrio e predeterminazione costituiscono da sempre il tema centrale del dibattito teologico nelle religioni occidentali.
Apparentemente molto diversa la tematica che occupava l’altro convegno, in gran parte contemporaneo al primo, organizzato presso il Circolo Rosselli, con la partecipazione, tra gli altri, di Maurizio Ferraris, di Diego Marconi e di Massimo Mori (oltre che, di nuovo, di Umberto Eco e di Gianni Vattimo).
Questo convegno, dedicato ai cultori del “nuovo realismo”, e continuazione di quanto già discusso quest’estate all’Istituto di Cultura Italiana di New York e al Salone del Libro di Mosca, partiva, senz’altro, dall’idea di una contestazione delle tesi di Vattimo sul “pensiero debole”, ricondotta un po’ semplicisticamente all’affermazione nietzscheana secondo cui «non vi sono fatti, ma solo interpretazioni».
Questa tesi, che ha dominato in Europa negli ultimi 40 anni (la cosiddetta “filosofia continentale”) sarebbe insostenibile soprattutto a causa del peso sempre crescente della scienza e della tecnica, che rendono poco plausibile l’idea postmoderna circa la non obiettiva dimostrabilità della realtà materiale.
Il “nuovo realismo” mirerebbe, invece, attraverso la riscoperta della logica formale tradizionale operata dalla filosofia analitica, a fornire strumenti epistemologici atti a interpretare un mondo dove sono centrali la scienza e la tecnica.In tal modo, essa sarebbe anche la più adatta ad una critica fattiva della società, in quanto renderebbe impossibile i fenomeni di mistificazione deliberata della realtà politico-sociale operate in nome della “civiltà della comunicazione”.
Nonostante il grande interesse che abbiamo sentito per ambedue i convegni e per le tematiche da essi trattate, e nonostante abbiamo considerato positivo anche, come torinesi, che dibattiti importanti sui confini della filosofia contemporanea abbiano, come epicentro, la nostra città, ci è parso che in ambedue i casi ci si trovasse di fronte a tematiche troppo astratte, che possono anche dare l’impressione di un eccessivo disinteresse, da parte dei filosofi, per i grandi problemi che ci circondano.
Ricordiamo infatti che molte delle affermazioni che sono state fatte riguardano questioni di principio, come “cos’è la verità”, che sono aperte fin dall’inizio della storia della filosofia, e che, da allora, non hanno mai trovato una definitiva risposta.Nel frattempo, però, nel mondo, si stanno verificando una sfrenata corsa tecnologica, un duro confronto ideologico e militare, una crisi endemica dell’economia, lo scollamento crescente dei cittadini dalla politica.I filosofi, pur continuando a discutere le questioni eterne della filosofia, devono dare anche dei contributi qualificati alla ricerca delle soluzioni.E, crediamo, non possono limitarsi a darle sullo stesso piano dei semplici cittadini, che prendono posizioni solo in base a loro immotivate idiosincrasie (le “tifoserie”), bensì in base a un approfondimento delle cose superiore a quello dei comuni cittadini, e anche a quello dei politici.
Per esempio, attualmente si sta dibattendo in Europa se sia un bene o un male che l’Unione Europea si doti di una sua articolata politica finanziaria, e, molto probabilmente, anche economica. Tuttavia, vi è un silenzio assordante sugli obiettivi e sui valori che tale nuova politica dovrebbe adottare, lasciandosi intendere che sarebbero più che sufficienti le indicazioni date in passato, circa l’esigenza di preservare la pace, l’adesione ai valori occidentali, un’economia sostenibile, eccetera.
Tuttavia, senza adeguati contenuti filosofici (oltre che estetici, morali, eccetera), queste indicazioni sono pure affermazioni verbali. Che nesso c’è fra la preservazione della pace e la partecipazione degli Europei a continue azioni militari in molte parti del mondo?Sono compatibili con i valori occidentali la centralizzazione delle decisioni in sedi diplomatiche semisegrete, il controllo elettronico totale, le violazioni sistematiche dell’habeas corpus tutte le volte che sia in gioco “la sicurezza dell’Occidente”?
È un’“economia sostenibile” quella che è in crisi per la maggior parte del tempo e che richiede continui interventi finanziari dei cittadini per salvare le banche, che dovrebbero essere dei meri intermediari, ausiliari delle attività ben più importanti, dello Stato, delle imprese e dei cittadini?
Domande, apparentemente, politiche, ma che non possono neppure essere dibattute senza un solido impianto filosofico.Che cos’è la pace? Perché? Esiste una guerra giusta? Cos’è la libertà? E la democrazia? Esistono diritti inalienabili? E, se sì, perché continuiamo a ignorarli? E, se no, quali sono i limiti accettabili per i diritti?Quali sono i fini dell’economia? In astratto, cioè sempre e per tutta l’Umanità, e in concreto, cioè per gli Europei del 2011?
Se i filosofi non ci aiutano prima a rispondere a queste domande, come potranno i politici discutere sensatamente su ciò che occorra fare?
3. Ricominciare dalla cultura
Il fatto che Torino disponga di così ampie risorse culturali, anche se, a nostro parere, non pienamente valorizzate, ci stimola una volta di più a sostenere che, se una priorità vi è, essa è quella di dare più spazio alla cultura, intesa nella sua accezione più vasta, ma, in primo luogo, come ricerca della verità, dei fini, dei principi, come riscoperta della memoria culturale e delle identità collettive, come motivazione per il dibattito politico e strumento per comprendere e modificare la realtà.
Che poi si tratti di una realtà di tipo scientifico, come vorrebbero i nuovi realisti, o di carattere dialogico e sociale, come vorrebbero i postmoderni, è meno importante. Anzi, ambedue questi approcci sono, a nostro avviso, utilissimi per rilanciare quel dibattito sul futuro delle nostre società, che ci pare oggi gravemente carente.